Se avete un po’ di libero da passare in ufficio senza niente da fare o se, più virtuosamente, volete dedicarvi a un rompicapo on line direttamente a casa vostra, segnaliamo Feed the Head, un gioco in Flash realizzato da Vectorpark.
Una simpatica testa deve essere nutrita e “manipolata” in determinati modi per poter accedere al livello successivo e completare il gioco. Ma dato che il sito non suggerisce il modo sul come far evolvere i livelli, il tutto è delegato alla fantasia dell’utente.
Per chi non avesse così tanto tempo da perdere consigliamo di leggere le istruzioni qui, dove è spiegato passo dopo passo come terminare il gioco. Buon divertimento!
Per chi è legato fortemente alla maglia, ma anche ai propri idoli sportivi, ecco un’originalissima t-shirt della nazionale olandese.
I vari Van Persie, Sneijder e Huntelaar rivivono nell’esultanza dei tifosi, nel gesto reso celebre dal nostro Fabrizio Ravanelli.
Questi olandesi sono sempre dei fuoriclasse. Grazie anche al loro vivaio. L’idea in quesione è stata infatti realizzata dall’Advertising School Willem de Kooning Academie di Rotterdam. Insomma, giovani talenti crescono.
L’israeliana Gitam BBDO ha un modo tutto suo di presentarsi. Guardate questi biglietti davvero… gustosi.
Una bustina di zucchero per l’Account Manager, sempre pronto ad addolcire l’amara pillola del preventivo. Pepe, invece, per il Direttore Strategie, che ha il compito di insaporire la pianificazione pubblicitaria. Peperoncino per il Direttore Creativo e per le sue trovate piccanti. Sale per l’Amministratore Delegato, che per mandare avanti la baracca deve avere un bel po’ di sale in zucca.
La BBDO del Kazakistan (!) cerca un Media Planner. Tutti coloro che sono interessati possono inviare il loro curriculum vitae a info@bbdo.kz. Non so se il formato europeo sia sufficiente…
Si richiede, come da annuncio, innata predisposizione per i numeri e, se siete italiani, disponibilità al trasferimento.
E’ uscito da circa un mese, e probabilmente è già la cosa più bella che ascolterete nel 2010. “Queen of Denmark” è il primo lavoro solista di John Grant, ex-leader dei tristemente disciolti Czars. Lo aspettavo, lo aspettavamo tutti - o almeno tutti coloro che si erano lasciati incantare dalle melodie cristalline e suadenti, dall’andamento narcolettico di buona parte delle canzoni di quella che in realtà era una one-man band… Ho conosciuto gli Czars con “The Ugly People Vs. The Beautiful People”, mi ci sono abbandonato definitivamente con “Goodbye”, ho risposto al loro saluto - fortunatamente era solo un arrivederci - di “Sorry I Made You Cry” (dai, ammettettelo: non è forse un grande chi pubblica un album di sole cover che vanno dagli Abba a Robert Wyatt?)…almeno un paio di canzoni tra “Drug”, “Killjoy”, “Hymn” e “Paint The Moon” fanno parte a pieno titolo della mia personalssima Top 100 di ogni tempo…
Poi John si è fermato. Tutto sembrava più difficile. Già è duro essere un gay cowboy e crescere nella Denver di fine anni ‘70 - e meno male che a farti compagnia c’erano la West Coast, i Supertramp, un’immaginazione fervida, superiore - e la voglia di essere come sei. Ma può non bastare - e non è bastato, infatti. Da una relazione finita davvero male ad un periodo di automedicazione dei più classici (leggi: giornalieri cocktail di psicofarmaci e…beh, e altre robette, no?), John si trovò perso: un lavoro come cameriere ai tavoli nel Midwest pareva l’unica opportunità possibile. Certo, continuava a suonare episodicamente - piccoli show acustici, niente di più: ma la vita riserva splendide sorprese, a volte…ed ecco i Midlake, gruppo ormai di culto tra tutti gli amanti della buona musica - tre lavori uno più bello dell’altro, immaginatevi un alt-country virato Radiohead con echi della Fairport Convention…e come gli Czars, anche loro incidono per la sempresialodata Bella Union - “siamo tuoi fans John, ti va di aprire i nostri show?”
Benedetti ragazzi. “Queen of Denmark” è nato così. Con i Midlake come backing band, e con tutta la magia della voce inconfondibile di John - solo più libera. Non è un disco sempre allegro, ovvio: l’uomo ne ha passata qualcuna, come dire. E’ la voglia di vivere (ri-vivere) che colpisce e affascina…
“TC & Honeybear” e “I Wanna Go To Marz”, all’apertura del disco, lasciano di stucco. Credetemi, non ci sono parole. Un mese fa ho postato un R.I.P. che davvero non avrei mai voluto scrivere in memoria di Mark Linkous, l’Uomo Chiamato Cavallo - ora sono davvero felice di poter paragonare “Queen of Denmark” a “Good Morning Spider” o ad altri lavori di Mark - e che John sia tra noi, ovvio…e poi scusatemi, ma che ironia può avere un conturbante cowboy barbuto - OK, con un minimo di ombretto, ma pur sempre barbuto, anche se Sara trova che sia un gran figo con la coroncina in copertina… - nel cantare “I feel just like Sigourney Weaver / when she had to kill those aliens (…) I feel just like Wynona Rider / in that movie about vampires…” - ma è tutto il disco che sa di zucchero filato e soda fountains, di brutte notti e mattini in cui ci sei ancora, ed è già una buona notizia - e poi, come detto prima, voglia di vivere e di crederci di nuovo… bentornato John!
Mark Linkous aka Sparklehorse se n’è andato. Alla fine la fatica del vivere ha definitivamente preso il sopravvento sulla voglia di continuare a combattere: il 6 marzo un unico colpo di arma da fuoco al cuore ha scritto la parola “fine” nel romanzo di uno dei più grandi e misconosciuti protagonisti della musica americana contemporanea.
La sua America era quella più oscura, più desolata e comunque viva, segreta, gotica - pensate a William Faulkner piuttosto che a Philip Roth - le sue ispirazioni quelle di lunghe corse in moto su strade secondarie, ai bordi di foreste, di notti passate a domandarsi se c’è davvero qualcosa su cui vale la pena di farsi domande. E nonostante tutto, finora Mark aveva risposto sì - al di là dell’eroina, degli antidepressivi, delle fughe nell’alcool… c’era già andato vicino anni fa, ai tempi del suo primo tour britannico a supporto dei Radiohead, quando fu trovato in sostanza clinicamente morto nella sua camera d’albergo, annegato in un’ overdose di sostanze varie, che lo costrinse a mesi in ospedale, a causa di un blocco alla circolazione degli arti inferiori. Ma amava troppo la vita e la musica, Mark, per farsi fregare così: da quell’esperienza nacque IT’S A WONDERFUL LIFE - titolo senza ironia: la vita allora doveva sembrargli di nuovo bella davvero…
Nel disco duettava con PJ Harvey e Nina Persson dei Cardigans, ma soprattutto con uno dei suoi idoli, il grande Tom Waits…un’opera di rara bellezza, catartica, sincera e che faceva presagire una luce in fondo al tunnel - che non fosse quella di un treno in arrivo…
Come E degli Eels, o, in tempi più recenti, Bon Iver (due amanti delle foreste, a loro volta), o come l’ultimo Mark Mulchay dello straziante CIAO MY SHINING STAR, l’Uomo Chiamato Cavallo sapeva di essere sempre in bilico, sospeso come un acrobata tra l’abisso e la consolazione, tra il nulla e la speranza - e si guardava dentro, MOLTO DENTRO.
DREAMT FOR LIGHT YEARS IN THE BELLY OF A MOUNTAIN era stato il suo capolavoro - o forse soltanto il disco che mi aveva fatto scoprire un nuovo amico. Lo sentivo vicino, pur non avendolo ovviamente mai conosciuto - Shade of Honey, Morning Hollow e l’incredibile title track che chiudeva il disco hanno accompagnato i miei viaggi notturni con Sara, di ritorno non importa da dove ma verso qualcosa… negli anni ho coltivato diverse passioni (infatuazioni?) per questo o quel maudit della scena musicale contemporanea, ma forse solo con Mark avevo l’impressione che le sue parole e la sua musica si rivolgessero a me - soffuse, lontane, NOTTURNE - come se provenissero, appunto, dal ventre di una montagna…
E da qui era anche iniziata la sua collaborazione con Danger Mouse…due loners, due che amano la musica perchè è l’unica cosa che possono fare, due matti che non possono fare a meno di esserlo - una joint venture che sarebbe sfociata - giusto un anno fa - nel pazzo progetto DARK NIGHT OF THE SOUL, concepito e completato con un altro signore nero dei nostri tempi, David Lynch, e che ospitava personaggi del calibro di Wayne Coyne, Suzanne Vega, Julian Casablancas, Gruff Rhys, di nuovo Nina Persson… uno scherzo memorabile il loro cd venduto… vuoto, ossia vergine, con la possibilità però di scaricarsi gratis tutti i pezzi dal sito-vetrina del progetto stesso - e solo per pochi giorni - ca va sans dire, la major di turno non ha esattamente gradito…
Quest’anno sarebbe dovuto uscire il suo nuovo lavoro - lo aspettavamo tutti - non importa in quanti - come si aspetta con un misto di curiosità e tenerezza la lettera di un amico che ci scrive da lontano, magari da un luogo dove si è ritirato per non sentire troppo il peso del vivere… ora non ci rimane che andare a leggerci di nuovo ciò che ci aveva scritto prima - e ricordarlo per tutto il calore con cui ha riempito le notti passate insieme.
Se siete curiosi di sapere come nascono le idee e di approfondire la loro storia, guardate fino alla fine il video sopra.
Uno spunto tratto dal blog Creativo di merda, di cui oltre al naming citazionista (ricorda il Manzoni, non ma Alessandro, bensì Piero) sono da apprezzare anche i post riportanti i caustici dialoghi che avvengono ogni giorno in un’agenzia pubblicitaria.
O così o Pomì.
Chiquita, la banana 10 e lode.
Jesus Jeans, chi mi ama mi segua.
Nuovo? No, lavato con Perlana!
Amaro Montenegro, sapore vero.
Testi pubblicitari che sono entrati nei testi di tutti i giorni. Nei nostri discorsi e nella nostra memoria. Grazie a una innata capacità di immediata fascinazione, in puro stile pop. Non si può chiedere nulla di meglio alle campagne pubblicitarie destinate al grande pubblico.
L’autore di questi piccoli capolavori popolari è stato Emanuele Pirella (Reggio Emilia, 1940 - Milano, 2010), uno dei più grandi pubblicitari degli ultimi 30 anni.
Venuto alla ribalta nel 1973 in tantem con Oliviero Toscani grazie alla provocatoria campagna della Jesus Jeans, Pirella e il suo lavoro furono esaltati ancora di più dalle molte polemiche che generarono. Perfino Pier Paolo Pasolini si scomodò a commentare la campagna, con un articolo sul Corriere titolato “Il folle slogan dei jeans Jesus”.
Poi, campagne più rassicuranti, familiari. Come l’avventurosa saga del veterinario Averna o i più miti consigli di Giovanni Rana. Celeberrimo tra i suoi collaboratori il famoso ‘punto Pirella’, ovvero quel punto fermo che doveva chiudere per forza anche il più breve dei titoli creati dall’agenzia in cui lavorava.
Ogni pubblicitario che si rispetti ha poi senz’altro letto il suo libro edito dal Saggiatore, Il copywriter, mestiere d’arte, ricco di anedotti e “dietro le quinte”. Una sorta di biografia professionale che diventa un manuale professionale senza volerlo essere. Ricco soprattutto di buon senso e ironia. E nel quale si scopre che uno dei maggiori talenti dei creativi è la capacità di saper riciclare le proprie idee: se un cliente ad esempio boccia il claim “Manzotin, passarola!”, nessuno vieta che “Perlana, passaparola!” diventi una delle frasi più note e longeve della storia della pubblicità italiana.
L’idea della pubblicità sui nastri trasportatori degli aeroporti non smette mai di trovare imitatori. Lanciata in maniera geniale dal Casinò di Venezia, valse all’agenzia bolognese AdmCom una palma d’oro al Festival della pubblicità di Cannes. In uno dei nostri precedenti post, abbiamo visto come questa intuizione sia stata poi utilizzata da un’altra agenzia per il lancio del take away giapponese Zero Sushi.
Ora ce la ritroviamo di nuovo, al Gulfport-Biloxi International Airport, vicino a New Orleans. Questa volta per promuovere il Beau Rivage Resort & Casino di Biloxi (Mississipi).
Certo, un’idea che ha fatto scuola e che non dubitiamo, avrà altri emuli (o meglio dire eMule, nel senso di download gratuito di idee altrui).
La Caduta del Muro di Berlino è stato un evento carico di significati simbolici anche per il mondo della pubblicità. Non sono rare, infatti, le campagne che sfruttano l’immagine del muro graffittato più famoso del mondo per promuovere prodotti di vario tipo.
Nell’ultimo post abbiamo riproposto una vecchia pagina pubblicitaria della Lego. Qui, una breve e inesaustiva rassegna delle pubblicità che hanno preso ispirazione da uno degli eventi più importanti dello scorso secolo.
Sopra, la famosa campagna 2007 di Luis Vuitton, pubblicata anche nelle più importanti riviste italiane, con protagonista Michail Gorba?ëv, faccia a faccia con la storia che ha contribuito a scrivere. Sotto, una pagina della DHL, il corriere che ti consegna la merce “perfino prima che tu ne abbia bisogno”.
Di seguito, le pubblicità di Newseum, una sorta di “museo dell’informazione” sorto a Washington D.C., e di Cape Times, quotidiano sudafricano che ricorda come il mondo può cambiare in un giorno (la scritta bianca in piccolo recita “Mercoledì 8 novembre 1989″).
Infine la pagina della Ramesh & Company, industria produttrice di orologi, che vede nell’evento storico un momento per fermare, e celebrare, lo scorrere del tempo.