Spero che questa nuova serie di post interessi a qualcuno… solo per comunicare non tanto il classico “what’s on my I-Pod”, ma fondamentalmente le cose che più ho ascoltato e che maggiormente mi hanno impressionato nell’ultimo mese… nuove, vecchiotte, scoperte, ri-scoperte… fonti d’ispirazione anche per la mia (nostra) attività lavorativa - se qualcosa ci colpisce ed incide su di noi in qualsiasi maniera, può essere che ce la portiamo dentro durante il giorno, e che ogni tanto venga fuori… e poi mi sono sempre piaciute le classifiche… CHECK!
1. THE AVETT BROTHERS - I And Love And You - I And Love And You (2009)
Due fratelli del North Carolina e… qualcun altro. Produce Rick Rubin: una garanzia. Americanad’effetto, atmosfere intense e pulite, spazi aperti - primi Jayhawks, Bright Eyes e dintorni - proprio bella.
2. JOHN GRANT - TC & Honeybear - Queen Of Denmark (2010)
Chi ci segue ne avrà già letto in precedenza. Per me è già il disco dell’anno. Ex-leader dei disciolti Czars. Stupefacente - davvero, senza parole. E con i Midlake come backing band!
3. MIDLAKE - Acts Of Men - The Courage of Others (2010)
…infatti eccoli qui. Il nuovo disco è ovviamente un capolavoro - sono al terzo cambio di registro musicale in tre album… qui tanto folk inglese anni’70, tante chitarre, tanta tanta bravura. Da non perdere.
4. HELLSONGS - Seasons In The Abyss - Hymns In The The Key Of 666 - (2008)
Sono di Goteborg e fanno lounge-metal - no, tornate indietro! Vi assicuro che sono… dolcissimi! Una cover sul genere Nouvelle Vague - ma su un pezzo degli Slayer!!!
5. THE MAGNETIC FIELDS - The Book Of Love - 69 Love Songs (1999)
Sono un fan, lo devo ammettere. 69 Love Songs potrà essere eccessivo (3 CD!) ma è un capolavoro assoluto. Questa è una love song d’alta scuola. E se Peter Gabriel ne ha fatto una cover nel suo ultimo Scratch My Back, un motivo ci sarà…
6. PEARL JAM - Light Years - Binaural (2000)
Non sono un loro aficionado, ma Eddie Vedder ha una voce pazzesca. Sono dieci anni che di tanto in tanto mi ritrovo ad ascoltare questa track - malinconica, sexy e corroborante al tempo stesso.
7. SPARKLEHORSE - Shade And Honey - Dreamt For Light Years In The Belly Of A Mountain (2006)
Tutti coloro che lo dovevano sapere lo sanno già - non c’è più. Avrebbe meritato una PLAYLIST tutta sua. Farewell, Mark.
8. PULP - Disco 2000 - A Different Class (1995)
Forse solo Paul Weller è più inglese di Jarvis Cocker - ma Jarvis qui è fantastico, ironico, cattivo e iconoclasta come sempre - da quello che per me è uno dei migliori album di tutti i ‘90. Di un’altra classe, appunto.
9. THE NATIONAL - Bloodbuzz Ohio - High Violet (2010)
E’ uscito High Violet - lo aspettavo. Forse non all’altezza del bellissimo Boxer di qualche anno fa, ma che atmosfera, ragazzi, che voce… se ancora non li conoscete, rimarrete sorpresi…
10. BAUSTELLE - Groupies - I Mistici Dell’Occidente (2010)
Se solo non si credessero gli intellettuali della canzone italiana farebbero cose ancora migliori, a mio parere hanno un bello stile… l’ultimo è il loro migliore, questa è la traccia che preferisco…
E’ uscito da circa un mese, e probabilmente è già la cosa più bella che ascolterete nel 2010. “Queen of Denmark” è il primo lavoro solista di John Grant, ex-leader dei tristemente disciolti Czars. Lo aspettavo, lo aspettavamo tutti - o almeno tutti coloro che si erano lasciati incantare dalle melodie cristalline e suadenti, dall’andamento narcolettico di buona parte delle canzoni di quella che in realtà era una one-man band… Ho conosciuto gli Czars con “The Ugly People Vs. The Beautiful People”, mi ci sono abbandonato definitivamente con “Goodbye”, ho risposto al loro saluto - fortunatamente era solo un arrivederci - di “Sorry I Made You Cry” (dai, ammettettelo: non è forse un grande chi pubblica un album di sole cover che vanno dagli Abba a Robert Wyatt?)…almeno un paio di canzoni tra “Drug”, “Killjoy”, “Hymn” e “Paint The Moon” fanno parte a pieno titolo della mia personalssima Top 100 di ogni tempo…
Poi John si è fermato. Tutto sembrava più difficile. Già è duro essere un gay cowboy e crescere nella Denver di fine anni ‘70 - e meno male che a farti compagnia c’erano la West Coast, i Supertramp, un’immaginazione fervida, superiore - e la voglia di essere come sei. Ma può non bastare - e non è bastato, infatti. Da una relazione finita davvero male ad un periodo di automedicazione dei più classici (leggi: giornalieri cocktail di psicofarmaci e…beh, e altre robette, no?), John si trovò perso: un lavoro come cameriere ai tavoli nel Midwest pareva l’unica opportunità possibile. Certo, continuava a suonare episodicamente - piccoli show acustici, niente di più: ma la vita riserva splendide sorprese, a volte…ed ecco i Midlake, gruppo ormai di culto tra tutti gli amanti della buona musica - tre lavori uno più bello dell’altro, immaginatevi un alt-country virato Radiohead con echi della Fairport Convention…e come gli Czars, anche loro incidono per la sempresialodata Bella Union - “siamo tuoi fans John, ti va di aprire i nostri show?”
Benedetti ragazzi. “Queen of Denmark” è nato così. Con i Midlake come backing band, e con tutta la magia della voce inconfondibile di John - solo più libera. Non è un disco sempre allegro, ovvio: l’uomo ne ha passata qualcuna, come dire. E’ la voglia di vivere (ri-vivere) che colpisce e affascina…
“TC & Honeybear” e “I Wanna Go To Marz”, all’apertura del disco, lasciano di stucco. Credetemi, non ci sono parole. Un mese fa ho postato un R.I.P. che davvero non avrei mai voluto scrivere in memoria di Mark Linkous, l’Uomo Chiamato Cavallo - ora sono davvero felice di poter paragonare “Queen of Denmark” a “Good Morning Spider” o ad altri lavori di Mark - e che John sia tra noi, ovvio…e poi scusatemi, ma che ironia può avere un conturbante cowboy barbuto - OK, con un minimo di ombretto, ma pur sempre barbuto, anche se Sara trova che sia un gran figo con la coroncina in copertina… - nel cantare “I feel just like Sigourney Weaver / when she had to kill those aliens (…) I feel just like Wynona Rider / in that movie about vampires…” - ma è tutto il disco che sa di zucchero filato e soda fountains, di brutte notti e mattini in cui ci sei ancora, ed è già una buona notizia - e poi, come detto prima, voglia di vivere e di crederci di nuovo… bentornato John!
Mark Linkous aka Sparklehorse se n’è andato. Alla fine la fatica del vivere ha definitivamente preso il sopravvento sulla voglia di continuare a combattere: il 6 marzo un unico colpo di arma da fuoco al cuore ha scritto la parola “fine” nel romanzo di uno dei più grandi e misconosciuti protagonisti della musica americana contemporanea.
La sua America era quella più oscura, più desolata e comunque viva, segreta, gotica - pensate a William Faulkner piuttosto che a Philip Roth - le sue ispirazioni quelle di lunghe corse in moto su strade secondarie, ai bordi di foreste, di notti passate a domandarsi se c’è davvero qualcosa su cui vale la pena di farsi domande. E nonostante tutto, finora Mark aveva risposto sì - al di là dell’eroina, degli antidepressivi, delle fughe nell’alcool… c’era già andato vicino anni fa, ai tempi del suo primo tour britannico a supporto dei Radiohead, quando fu trovato in sostanza clinicamente morto nella sua camera d’albergo, annegato in un’ overdose di sostanze varie, che lo costrinse a mesi in ospedale, a causa di un blocco alla circolazione degli arti inferiori. Ma amava troppo la vita e la musica, Mark, per farsi fregare così: da quell’esperienza nacque IT’S A WONDERFUL LIFE - titolo senza ironia: la vita allora doveva sembrargli di nuovo bella davvero…
Nel disco duettava con PJ Harvey e Nina Persson dei Cardigans, ma soprattutto con uno dei suoi idoli, il grande Tom Waits…un’opera di rara bellezza, catartica, sincera e che faceva presagire una luce in fondo al tunnel - che non fosse quella di un treno in arrivo…
Come E degli Eels, o, in tempi più recenti, Bon Iver (due amanti delle foreste, a loro volta), o come l’ultimo Mark Mulchay dello straziante CIAO MY SHINING STAR, l’Uomo Chiamato Cavallo sapeva di essere sempre in bilico, sospeso come un acrobata tra l’abisso e la consolazione, tra il nulla e la speranza - e si guardava dentro, MOLTO DENTRO.
DREAMT FOR LIGHT YEARS IN THE BELLY OF A MOUNTAIN era stato il suo capolavoro - o forse soltanto il disco che mi aveva fatto scoprire un nuovo amico. Lo sentivo vicino, pur non avendolo ovviamente mai conosciuto - Shade of Honey, Morning Hollow e l’incredibile title track che chiudeva il disco hanno accompagnato i miei viaggi notturni con Sara, di ritorno non importa da dove ma verso qualcosa… negli anni ho coltivato diverse passioni (infatuazioni?) per questo o quel maudit della scena musicale contemporanea, ma forse solo con Mark avevo l’impressione che le sue parole e la sua musica si rivolgessero a me - soffuse, lontane, NOTTURNE - come se provenissero, appunto, dal ventre di una montagna…
E da qui era anche iniziata la sua collaborazione con Danger Mouse…due loners, due che amano la musica perchè è l’unica cosa che possono fare, due matti che non possono fare a meno di esserlo - una joint venture che sarebbe sfociata - giusto un anno fa - nel pazzo progetto DARK NIGHT OF THE SOUL, concepito e completato con un altro signore nero dei nostri tempi, David Lynch, e che ospitava personaggi del calibro di Wayne Coyne, Suzanne Vega, Julian Casablancas, Gruff Rhys, di nuovo Nina Persson… uno scherzo memorabile il loro cd venduto… vuoto, ossia vergine, con la possibilità però di scaricarsi gratis tutti i pezzi dal sito-vetrina del progetto stesso - e solo per pochi giorni - ca va sans dire, la major di turno non ha esattamente gradito…
Quest’anno sarebbe dovuto uscire il suo nuovo lavoro - lo aspettavamo tutti - non importa in quanti - come si aspetta con un misto di curiosità e tenerezza la lettera di un amico che ci scrive da lontano, magari da un luogo dove si è ritirato per non sentire troppo il peso del vivere… ora non ci rimane che andare a leggerci di nuovo ciò che ci aveva scritto prima - e ricordarlo per tutto il calore con cui ha riempito le notti passate insieme.
May 27, 2009 at 3:43 pm · Filed under Italia, Musica
Dal 4 al 6 Giugno si terrà a Modena, NODE, festival internazionale di musica elettronica e live media, che giunge quest’anno alla seconda edizione.
Riporto dal sito del festival:
“NODE riprende esattamente da qui. Dalla musica e le immagini che hanno dato vita alla prima edizione del festival e che ancora risuonano all’interno della Galleria Civica, il prestigioso spazio che anche quest’anno ospiterà l’evento.
Oggi questo rapporto viene rinnovato con un respiro ancora maggiore percorso da un legame che unirà ogni performance in programma durante la nuova edizione.
Musica elettronica e musica elettrica, un sottile confine esplorato dall’interno. Fennesz, Rafael Anton Irisarri, Giuseppe Ielasi e Nicola Ratti sono tra i principali esponenti di quella corrente artistica che, partendo dal suono elettrico della chitarra, elabora nuovi mondi sonori difficilmente avvicinabili a generi prestabiliti.
Strumenti classici per creare musica nuova, un’attitudine che anima anche Touane, The Sight Below e The Pure, gli artisti più direttamente vicini a un’approccio elettronico. Il legame tra arte e musica viene indagato in tutte le sue possibili forme arrivando a toccare quella zona di confine che è la ricerca, elemento che distingue la contemporaneità di ogni arte; dalla musica classica al rock, dall?elettronica al suono acustico, NODE 09 porta a Modena gli artisti che in ogni settore si sono distinti per aver esplorato i limiti dei generi stessi con sonorità inedite e innovative.”
Si è appena concluso il Marianne Faithfull Festival di Bologna. Tre giorni di incontri, readings, dibattiti e proiezioni, la cui degna conclusione è stato il magico concerto di sabato 18 aprile, all’Arena del Sole.
Un tributo ed una celebrazione dovuti ad un’artista davvero unica per fascino e multiformità di azione: da mamma diciottenne a giovane musa degli sporchi Rolling Stones e compagna di Mick Jagger, Marianne iniziò a lasciare tracce già da allora: il successo arrivò con la dolce As Tears Go By, della premiata ditta Jagger-Richards, e fu la stessa Faithfull a contribuire alla scrittura di un pezzo sinistramente premonitore come Sister Morphine.
Figlia di un diplomatico inglese e di una nobildonna dell’Est Europeo, Marianne approda in Inghilterra a 15 anni, dopo aver vissuto a lungo in Austria. La Swinging London era affamata di icone, e lei sembrava fatta apposta: un fascinoso mix di innocenza e tristezza, di voglia di vivere e intrigo - impossibile non innamorarsi di lei.
Ma vennero gli anni bui. La fine della relazione con Jagger, la tendenza - come lei stessa ha ripetuto in conferenza stampa a Bologna - a rappresentare nell’everyday life pienamente, alla lettera, le torbide fantasie allucinatorie di alcuni tra i suoi autori preferiti (”non mi sono limitata a leggere Naked Lunch di Burroughs - ho voluto provare a viverlo”), l’eroina, la dipendenza, le notti ed i giorni vissuti in strada, a Soho, senza fissa dimora.
È così Marianne - apparentemente debole ed indifesa, ma in realtà caparbia, pronta a risorgere e a farsi largo - come direbbe lei “sliding through life on charm”. Tra i dischi degli anni ‘80, Broken English la riporta alla vita - Why D’Ya Do It? e la title-track sono splendidi esempi di una dark lady del rock alternativo che non ha paura di sperimentare con reggae, dub e new wave.
Marianne torna con noi. E si accorge che tutti la stavano aspettando.
Scivola sinuosa e divertita attraverso gli anni ‘90, continuando a recitare e a interpretare Brecht e Weill - e diventando un vero e proprio punto di riferimento per i nuovi alfieri della britishness (perché, avete in mente qualcosa di più british di Marianne?): i maggiori autori del brit-pop - da Damon Albarn a Jarvis Cocker, suo vicino di casa a Parigi - e, più in generale, i cuori curiosi e malati come il suo sembrano stringersi intorno a lei - è dell’inizio del nuovo millennio la collaborazione con PJ Harvey e Nick Cave, che contribuiscono al bellissimo e tristissimo Before The Poison.
Ed è di pochi anni il grande successo cinematografico che da anni attendeva - davvero struggente ed autoironica nell’amaro e divertente Irina Palm…
È di novembre 2008, invece, l’uscita dello splendido Easy Come, Easy Go: un universo musicale interpretato con la consueta grazia ed autorevolezza - e sabato dal vivo Marianne ha mostrato entrambi: rara la forza e la personalità con cui sembrava dirigere l’intera band che l’accompagnava - ricco di versioni sia di classici di Merle Haggard, Randy Newman e Bille Holiday, ma anche di artisti più… contemporanei, quali Espers, Decemberists, Black Rebel Motorcycle Club e Morrissey.
Il cd ospita tra l’altro vecchi e nuovi amici, per una serie di collaborazioni davvero di prestigio - Nick Cave, Teddy Thompson, Rufus Wainwright, Anthony Hegarty e… ca va sans dire, Keith Richards.
Bentornata, Marianne.
Accendete le casse subito o conservate la visione di questo video per la pausa pranzo. La canzone è Sign dei Bloc Party, rimixata da quel guru immortale di Armand Van Helden e contenuta nell’album “Intimacy Remixed” in uscita l’11 Maggio. Come suggerito dal nome, “Intimacy Remixed” non è nient’altro che “Intimacy”, ultima fatica dei Bloc Party, rimixato da 13 artisti di fama mondiale.
Ma quello che davvero impressiona è il video diretto da Hiro Murai, buona visione:
April 15, 2009 at 9:57 am · Filed under Bologna, Musica
Vi segnalo un doppio, anzi triplo appuntamento con Morgan qui a Bologna. Il giudice meglio vestito di X-Factor sarà infatti in concerto all’Arena del Sole oggi 15 Aprile e domani 16 Aprile, con lo spettacolo “Concerto per piano Solo”, inizio ore 21.00.
“Morgan attribuisce un profondo valore culturale alla musica. Anche in questi due concerti bolognesi per piano solo, il trentaseienne artista monzese mette in atto, e a disposizione del suo pubblico, un attento lavoro di ricerca e approfondimento della canzone italiana del periodo fine anni ‘50 e inizio anni ‘60.
Morgan si appropria, rielaborandoli, di brani di grande spessore che varcano i confini del nostro paese e che acquistano sapori internazionali. Da Endrigo a Modugno, da Paoli a Bindi, da Ciampi a Tenco, da De Andrè a… Marco Castoldi”.
In più, domani 16 Aprile sarà ospite della Libreria Coop (Ambasciatori) per la presentazione del suo ultimo libro “IN pARTE MORGAN”, pubblicato da Eleuthera.
“Un libro dallo stile asciutto, che mette a nudo le riflessioni, i desideri e i progetti di uno degli artisti più interessanti dell’attuale scena musicale e culturale italiana.”
Il progetto Sick Tamburo nasce da un’idea di Gian Maria Accusani, leader dei Prozac+, che in evidente astinenza da pubblicazione di materiale inedito (escluso il greatest del 2004 Gioia Nera, ultimo album dei Prozac) ha dato vita a questo progetto con Elisabetta Imelio, bassista dei Prozac, che qui troviamo in veste di cantante. Musicalmente i Sick Tamburo sembrano aggiornare il sound Prozac+ facendo largo uso di elettronica, che nel loro precedente progetto improntato su un punk melodico era praticamente assente. Parte fondamentale è l’uso della voce: ripetitiva, ossessiva, alienante. I testi assolutamente disperati, malati, incazzati. Quindi se consideravate i Prozac+ un gruppetto di m.. capace di cantare solo di droghe chimiche su 4 accordi di chitarra, i Sick Tamburo li odierete al primo ascolto. Se invece, come me, amavate i Prozac+ e avete sempre sognato di urlare una filastrocca acida e ripetitiva che parla del mio cane rotto con 3 zampe o di toccarsi a vicenda la gola con le lingue, i Sick Tamburo sono il gruppo che stavate cercando. L’album è prodotto da La Tempesta, etichetta che ha come roster Le Luci della Centrale Elettrica, Tre Allegri Ragazzi Morti, Teatro degli Orrori e Moltheni, e lo trovate nel loro shop online.
Il designer del giorno è James Sutton! direttamente da Coventry, London.
James non è solo un designer, ma anche fotografo e video director. E ne ho le prove: è suo video lì sotto, il videoclip di “Flathead” dei The Fratellis:
Oren Lavie, 36 anni “curly brown hair, whisperish voice, green eyes and suspiciously cold feet” è un produttore di origine israeliana, che vive e lavora tra Berlino, New York e Tel-Aviv. Her Moring Elegance è il primo singolo estratto da The Opposite of the Sea, il suo album di debutto, prodotto dalla sua etichetta “A quarter past wonderful”, di cui potete ascoltare qualche track sul myspace di Oren.
Questo meraviglioso video è invece opera di Yuval & Merav Nathan, marito e moglie, con “with two small kids and one big computer”, che agiscono sotto il nome di OneWingFly.
Se avete apprezzato il tema del sogno trattato in stopmotion, vi consiglio “L’Arte del Sogno”, un film di Michel Gondry dove il protagonista, intepretato da Gael Garcia Bernal, fatica a distinguere il sogno dalla realtà perdendosi in un mondo creato dalla sua mente e composto di cartoncini e fogli colorati… eh no, non vi dico di più o vi svelo la storia… comunque c’è una vicina di casa con un’amica carina, una macchina del tempo che permette salti di 2 secondi, uno studio grafico specializzato in calendari aziendali…