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Archive for ARTE

PLAYLIST #1 - MAY, 2010

Spero che questa nuova serie di post interessi a qualcuno… solo per comunicare non tanto il classico “what’s on my I-Pod”, ma fondamentalmente le cose che più ho ascoltato e che maggiormente mi hanno impressionato nell’ultimo mese… nuove, vecchiotte, scoperte, ri-scoperte… fonti d’ispirazione anche per la mia (nostra) attività lavorativa - se qualcosa ci colpisce ed incide su di noi in qualsiasi maniera, può essere che ce la portiamo dentro durante il giorno, e che ogni tanto venga fuori… e poi mi sono sempre piaciute le classifiche… CHECK!

1. THE AVETT BROTHERS - I And Love And You - I And Love And You (2009)

Due fratelli del North Carolina e… qualcun altro. Produce Rick Rubin: una garanzia. Americana d’effetto, atmosfere intense e pulite, spazi aperti - primi Jayhawks, Bright Eyes e dintorni - proprio bella.

2. JOHN GRANT - TC & Honeybear - Queen Of Denmark (2010)

Chi ci segue ne avrà già letto in precedenza. Per me è già il disco dell’anno. Ex-leader dei disciolti Czars. Stupefacente - davvero, senza parole. E con i Midlake come backing band!

3. MIDLAKE - Acts Of Men - The Courage of Others (2010)
…infatti eccoli qui. Il nuovo disco è ovviamente un capolavoro - sono al terzo cambio di registro musicale in tre album… qui tanto folk inglese anni’70, tante chitarre, tanta tanta bravura. Da non perdere.

4. HELLSONGS - Seasons In The Abyss - Hymns In The The Key Of 666 - (2008)

Sono di Goteborg e fanno lounge-metal - no, tornate indietro! Vi assicuro che sono… dolcissimi! Una cover sul genere Nouvelle Vague - ma su un pezzo degli Slayer!!!

5. THE MAGNETIC FIELDS - The Book Of Love - 69 Love Songs (1999)

Sono un fan, lo devo ammettere. 69 Love Songs potrà essere eccessivo (3 CD!) ma è un capolavoro assoluto. Questa è una love song d’alta scuola. E se Peter Gabriel ne ha fatto una cover nel suo ultimo Scratch My Back, un motivo ci sarà…

6. PEARL JAM - Light Years - Binaural (2000)

Non sono un loro aficionado, ma Eddie Vedder ha una voce pazzesca. Sono dieci anni che di tanto in tanto mi ritrovo ad ascoltare questa track - malinconica, sexy e corroborante al tempo stesso.

7. SPARKLEHORSE - Shade And Honey - Dreamt For Light Years In The Belly Of A Mountain (2006)

Tutti coloro che lo dovevano sapere lo sanno già - non c’è più. Avrebbe meritato una PLAYLIST tutta sua. Farewell, Mark.

8. PULP - Disco 2000 - A Different Class (1995)

Forse solo Paul Weller è più inglese di Jarvis Cocker - ma Jarvis qui è fantastico, ironico, cattivo e iconoclasta come sempre - da quello che per me è uno dei migliori album di tutti i ‘90. Di un’altra classe, appunto.

9. THE NATIONAL - Bloodbuzz Ohio - High Violet (2010)

E’ uscito High Violet - lo aspettavo. Forse non all’altezza del bellissimo Boxer di qualche anno fa, ma che atmosfera, ragazzi, che voce… se ancora non li conoscete, rimarrete sorpresi…

10. BAUSTELLE - Groupies - I Mistici Dell’Occidente (2010)

Se solo non si credessero gli intellettuali della canzone italiana farebbero cose ancora migliori, a mio parere hanno un bello stile… l’ultimo è il loro migliore, questa è la traccia che preferisco…

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JOHN GRANT: REGINA DI CUORI

E’ uscito da circa un mese, e probabilmente è già la cosa più bella che ascolterete nel 2010. “Queen of Denmark” è il primo lavoro solista di John Grant, ex-leader dei tristemente disciolti Czars. Lo aspettavo, lo aspettavamo tutti - o almeno tutti coloro che si erano lasciati incantare dalle melodie cristalline e suadenti, dall’andamento narcolettico di buona parte delle canzoni di quella che in realtà era una one-man band… Ho conosciuto gli Czars con “The Ugly People Vs. The Beautiful People”, mi ci sono abbandonato definitivamente con “Goodbye”, ho risposto al loro saluto - fortunatamente era solo un arrivederci - di “Sorry I Made You Cry” (dai, ammettettelo: non è forse un grande chi pubblica un album di sole cover che vanno dagli Abba a Robert Wyatt?)…almeno un paio di canzoni tra “Drug”, “Killjoy”, “Hymn” e “Paint The Moon” fanno parte a pieno titolo della mia personalssima Top 100 di ogni tempo…

Poi John si è fermato. Tutto sembrava più difficile. Già è duro essere un gay cowboy e crescere nella Denver di fine anni ‘70 - e meno male che a farti compagnia c’erano la West Coast, i Supertramp, un’immaginazione fervida, superiore - e la voglia di essere come sei. Ma può non bastare - e non è bastato, infatti. Da una relazione finita davvero male ad un periodo di automedicazione dei più classici (leggi: giornalieri cocktail di psicofarmaci e…beh, e altre robette, no?), John si trovò perso: un lavoro come cameriere ai tavoli nel Midwest pareva l’unica opportunità possibile. Certo, continuava a suonare episodicamente - piccoli show acustici, niente di più: ma la vita riserva splendide sorprese, a volte…ed ecco i Midlake, gruppo ormai di culto tra tutti gli amanti della buona musica - tre lavori uno più bello dell’altro, immaginatevi un alt-country virato Radiohead con echi della Fairport Convention…e come gli Czars, anche loro incidono per la sempresialodata Bella Union - “siamo tuoi fans John, ti va di aprire i nostri show?”

Benedetti ragazzi. “Queen of Denmark” è nato così. Con i Midlake come backing band, e con tutta la magia della voce inconfondibile di John - solo più libera. Non è un disco sempre allegro, ovvio: l’uomo ne ha passata qualcuna, come dire. E’ la voglia di vivere (ri-vivere) che colpisce e affascina…

“TC & Honeybear” e “I Wanna Go To Marz”, all’apertura del disco, lasciano di stucco. Credetemi, non ci sono parole. Un mese fa ho postato un R.I.P. che davvero non avrei mai voluto scrivere in memoria di Mark Linkous, l’Uomo Chiamato Cavallo - ora sono davvero felice di poter paragonare “Queen of Denmark” a “Good Morning Spider” o ad altri lavori di Mark - e che John sia tra noi, ovvio…e poi scusatemi, ma che ironia può avere un conturbante cowboy barbuto - OK, con un minimo di ombretto, ma pur sempre barbuto, anche se Sara trova che sia un gran figo con la coroncina in copertina… - nel cantare “I feel just like Sigourney Weaver / when she had to kill those aliens (…) I feel just like Wynona  Rider / in that movie about vampires…” - ma è tutto il disco che sa di zucchero filato e soda fountains, di brutte notti e mattini in cui ci sei ancora, ed è già una buona notizia - e poi, come detto prima, voglia di vivere e di crederci di nuovo… bentornato John!

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MARK LINKOUS, 1962-2010

Mark Linkous aka Sparklehorse se n’è andato. Alla fine la fatica del vivere ha definitivamente preso il sopravvento sulla voglia di continuare a combattere: il 6 marzo un unico colpo di arma da fuoco al cuore ha scritto la parola “fine” nel romanzo di uno dei più grandi e misconosciuti protagonisti della musica americana contemporanea.

La sua America era quella più oscura, più desolata e comunque viva, segreta, gotica - pensate a William Faulkner piuttosto che a Philip Roth - le sue ispirazioni quelle di lunghe corse in moto su strade secondarie, ai bordi di foreste, di notti passate a domandarsi se c’è davvero qualcosa su cui vale la pena di farsi domande. E nonostante tutto, finora Mark aveva risposto sì - al di là dell’eroina, degli antidepressivi, delle fughe nell’alcool… c’era già andato vicino anni fa, ai tempi del suo primo tour britannico a supporto dei Radiohead, quando fu trovato in sostanza clinicamente morto nella sua camera d’albergo, annegato in un’ overdose di sostanze varie, che lo costrinse a mesi in ospedale, a causa di un blocco alla circolazione degli arti inferiori. Ma amava troppo la vita e la musica, Mark, per farsi fregare così: da quell’esperienza nacque IT’S A WONDERFUL LIFE - titolo senza ironia: la vita allora doveva sembrargli di nuovo bella davvero…

Nel disco duettava con PJ Harvey e Nina Persson dei Cardigans, ma soprattutto con uno dei suoi idoli, il grande Tom Waits…un’opera di rara bellezza, catartica, sincera e che faceva presagire una luce in fondo al tunnel - che non fosse quella di un treno in arrivo…

Come E degli Eels, o, in tempi più recenti, Bon Iver (due amanti delle foreste, a loro volta), o come l’ultimo Mark Mulchay dello straziante CIAO MY SHINING STAR, l’Uomo Chiamato Cavallo sapeva di essere sempre in bilico, sospeso come un acrobata tra l’abisso e la consolazione, tra il nulla e la speranza - e si guardava dentro, MOLTO DENTRO.

DREAMT FOR LIGHT YEARS IN THE BELLY OF A MOUNTAIN era stato il suo capolavoro - o forse soltanto il disco che mi aveva fatto scoprire un nuovo amico.  Lo sentivo vicino, pur non avendolo ovviamente mai conosciuto - Shade of Honey, Morning Hollow e l’incredibile title track che chiudeva il disco hanno accompagnato i miei viaggi notturni con Sara, di ritorno non importa da dove ma verso qualcosa… negli anni ho coltivato diverse passioni (infatuazioni?) per questo o quel maudit della scena musicale contemporanea, ma forse solo con Mark avevo l’impressione che le sue parole e la sua musica si rivolgessero a me - soffuse, lontane, NOTTURNE - come se provenissero, appunto, dal ventre di una montagna…

E da qui era anche iniziata la sua collaborazione con Danger Mouse…due loners, due che amano la musica perchè è l’unica cosa che possono fare, due matti che non possono fare a meno di esserlo - una joint venture che sarebbe sfociata - giusto un anno fa - nel pazzo progetto DARK NIGHT OF THE SOUL, concepito e completato con un altro signore nero dei nostri tempi, David Lynch, e che ospitava personaggi del calibro di Wayne Coyne, Suzanne Vega, Julian Casablancas, Gruff Rhys, di nuovo Nina Persson… uno scherzo memorabile il loro cd venduto… vuoto, ossia vergine, con la possibilità però di scaricarsi gratis tutti i pezzi dal sito-vetrina del progetto stesso - e solo per pochi giorni - ca va sans dire, la major di turno non ha esattamente gradito…

Quest’anno sarebbe dovuto uscire il suo nuovo lavoro - lo aspettavamo tutti - non importa in quanti - come si aspetta con un misto di curiosità e tenerezza la lettera di un amico che ci scrive da lontano, magari da un luogo dove si è ritirato per non sentire troppo il peso del vivere… ora non ci rimane che andare a leggerci di nuovo ciò che ci aveva scritto prima - e ricordarlo per tutto il calore con cui ha riempito le notti passate insieme.

CIAO, SPARKLEHORSE.

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CONTEMPORARY PARTY 2010, UN REPORTAGE

Circa 500 le persone che hanno partecipato al Contemporary Party 2010. La festa invernale organizzata dai Giovani Imprenditori Unindustria si è svolta sabato 30 gennaio nella suggestiva cornice di Palazzo Re Enzo a Bologna. La manifestazione ha assecondato lo spirito che in queste giornate sta vivendo la città: arte contemporanea collocata in luoghi storici, nel percorso Art First (dal 29 gennaio al 28 febbraio) così come al Contemporary Party.

La festa ha ospitato infatti la mostra denominata ArteFare, Giovani artisti per giovani imprese, che ha proposto opere degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. Unindustria ha attribuito delle borse di studio ai lavori migliori, che sono stati quelli di Lorenzo Biagi e Lorenz Nones.

Il prossimo appuntamento con il Contemporary Party è per gennaio 2011. Ma nel frattempo, i Giovani Imprenditori stanno già pensando a organizzare la festa d’estate…

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CONTEMPORARY PARTY: L’INCONTRO TRA CREATIVITÀ ARTISTICA E IMPRENDITORIALE

Durante la notte bianca dell’arte, sabato 30 gennaio, si svolgerà anche il Contemporary Party, la festa dedicata all’arte organizzata dai Giovani Imprenditori Unindustria Bologna, e curata nell’immagine e della comunicazione da Mediamorphosis.

Contemporary Party, che si terrà nella suggestiva cornice di Palazzo Re Enzo, ospiterà anche la mostra ARTEFARE, un’esposizione che vuole rappresentare l’incontro tra il mondo dell’arte e quello dell’impresa, tra l’idea germinale che dà vita all’opera artistica e quella che avvia l’attività imprenditoriale, entrambe espressione di una spinta interiore, entrambe sviluppate e materializzate dall’intervento creativo.

Le opere di ARTEFARE 2010 sono state realizzate dai giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. 22 lavori divisi in tre tipologie espressive: grafica e incisione, fotografia, pittura.

Lanciata per la prima volta nel 2009, la mostra ARTEFARE fonde le esperienze di giovani imprenditori e giovani artisti allo scopo di alimentare la tendenza a sperimentare e la vocazione a non dare mai nulla per scontato.

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ART FIRST: UN PERCORSO D’ARTE NELLA CITTÀ DI BOLOGNA

Arte Fiera inizia ufficialmente domani, venerdì 29 gennaio, mentre oggi è in programma il vernissage. Nei prossimi giorni la città di Bologna sarà ricca di eventi collaterali e di fuori salone davvero da non perdere. Il tutto, ovviamente, dedicato all’arte contemporanea.

Bologna divena quindi diventa una venue per l’arte contemporanea, con esposizioni in musei, cortili, edifici e strade del centro storico. Tra queste iniziative segnaliamo Art First, di cui riportiamo il comunicato stampa relativa rilasciato dall’ufficio stampa di Arte Fiera e di Bologna Fiere:

“Bologna Art First, un itinerario esclusivo in città, giunge alla sua quinta edizione e diventa per il primo anno un progetto curatoriale realizzato in collaborazione con Julia Draganovic. Il progetto è concepito come un’unica grande mostra collettiva che sviluppa nella città un percorso per immagini tra arte e storia e presenta dal 29 gennaio a fine febbraio 2010 una serie di installazioni di artisti che lavorano con le gallerie partecipanti, per creare un dialogo tra l’arte contemporanea e location inusuali del centro storico della città e dei suoi dintorni.”

“Per la quinta edizione di Bologna Art First – dice la curatrice Julia Draganovic - la città di Bologna si presenta di nuovo nella sua veste multi sfaccettata, un palcoscenico che fra antico e moderno offre ai visitatori la possibilità di vedere e sperimentare opere d’arte contemporanea in contesti ben diversi dai soliti luoghi dell’arte noti come “white cube”… per far riflettere sul mondo di oggi costruendo delle visioni per quello di domani.”

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I SEGRETI DI AVATAR AL FUTURE FILM FESTIVAL DI BOLOGNA

Dal 26 al 31 gennaio atterra a Bologna il Future Film Festival, giunto ormai alla XII edizione. Il festival internazionale di cinema d’animazione e nuove tecnologie applicate all’immagine si svolgerà presso il Teatro Duse e il Palazzo Re Enzo.

Momento clou dell’evento: il Keynote Speech di Joe Letteri, Visual Effects Supervisor di Avatar, che mostrerà in anteprima mondiale il making of del kolossal di James Cameron.

Tanti altri appuntamenti per gli appassionati delle nuove tecnologie, come ad esempio il 3dDAY (30 gennaio), la giornata dedicata al 3D nel mondo del cinema, della TV e dei videogames. Sono poi previsti focus sulla Stop-Motion e sulla Motion Graphics, per approfondire e fare il punto sugli utilizzi contemporanei di queste due tecniche.

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BOLOGNA SCOPRE I SENSI DEL RECUPERO

Dal 28 ottobre al 1 novembre potrà capitarvi, come è successo oggi a me passeggiando per Bologna, di imbattervi in 5 istallazioni curate dall’eclettica associazione Ecole del Rusco. Proprio il rusco, la spazzatura in dialetto bolognese, sarà infatti il protagonista di 5 piazze della città, con l’intento di coinvolgere tutti i sensi dei cittadini, sensibilizzandoli al tema del riciclo.

Ad esempio, “Re-screaming” in Piazza Re Enzo si propone di stimolare l’interazione con i rifiuti tramite la diffusione di effetti sonori all’interno di una sorta di cunicolo ovattato, mentre “Vivaio”, in Piazza Maggiore, ricrea un prato con 80 bidoni disposti a mo’ di vasi, illuminati con lampadine - manco a dirlo, a basso consumo energetico -.

Gli altri 3 sensi? Lasciatemi il tempo di scoprirli durante i prossimi giorni… oppure visitate il Cortile di Palazzo d’Accursio, le vie del Quadrilatero e Piazza Liber Paradisus.

Per il momento sono tornata in ufficio con il mio Eco gadget (un sacchettino con degli oggetti riciclati, come tappi di bottiglie e pezzi di stoffa), dove non hanno tardato a ridimensionare il mio eco-entusiasmo (trasformandolo in eco-nichilismo) facendomi visitare nycgarbage.com. Oltreoceano non solo i rifiuti di NY vengono confezionati in un packaging d’appeal, ma vengono anche venduti online a 50 $ la confezione.

L’arte del riciclo è la faccia innocente della business art, dunque, così come le politiche ecologiche lo sono del miliardario affare spazzatura?

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ARTISTA DELLA SETTIMANA #6: GILBERTO ZORIO

L’arte è un percorso “che non ha direzione… la consapevolezza risiede nel sapere dove non andrà, ma non dove finirà, perché è in-finita”. Per Gilberto Zorio (Andorno Micca, Biella 1944) fare arte è un atto onirico, sciamanico, antropologico, sociale nel senso più profondo del termine – ed è, ancora di più, essere in continuo movimento. Un’arte visionaria, evocativa, alchemica.

Dal 15 ottobre 2009 al 7 febbraio 2010, il MAMbo - Museo d’Arte Moderna di Bologna - ospita ancora una volta uno dei nomi più rilevanti dell’arte contemporanea italiana: Gilberto Zorio. Dopo Anselmo, Ontani e Penone, l’artista piemontese sarà protagonista di una tra le più complete mostre finora dedicategli, che ne segue il percorso artistico dagli esordi a oggi.

Dagli esordi con l’Arte Povera (a Torino, nel 1967), stelle di acciaio, canoe volanti, alambicchi di vetro e di piombo e macchine fantastiche (ma anche mantici, pelli animali, raggi laser…) costituiscono gli elementi di spettacolari installazioni. Un impatto fisico forte, quasi un respiro cosmico di flussi primordiali in costante trasformazione e contaminazione – un mondo magico che davvero portano l’artista piemontese ad esporre ovunque – dalla Biennale di Venezia a Documenta Kassel – fino a musei come lo Stedelijk Museum di Amsterdam, il Centre Pompidou di Parigi e il Dia Center for Arts di New York.

L’allestimento bolognese, pensato in relazione agli spazi del museo in collaborazione tra l’artista e il curatore (Gianfranco Maraniello), include un’importante, esaustiva selezione di lavori rappresentativi dei diversi temi che caratterizzano l’opera di Zorio, attraverso un arco temporale che spazia dal 1966 al 2009.

Il perno centrale del percorso espositivo è Torre Stella Bologna, l’imponente intervento architettonico a torre con pianta a cinque punte realizzato dall’artista appositamente per la mostra al MAMbo.

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BIENNALE DI VENEZIA 2009 // Fare Mondi // Making Worlds // Bantin Duniyan // Weltenmachen // Construire des Mondes // Fazer Mundos


(Daniel Grund/Global - Newsroom via Getty Images)

53° Esposizione Internazionale d’Arte
Fare Mondi - Making Worlds
7 giugno - 22 novembre

Siamo nell’anno dispari e siamo quindi nell’anno della Biennale. Quella per antonomasia, quella di Venezia.
Nel 2009 tocca all’edizione numero 53, diretta da Daniel Birnbaum. I luoghi sono i soliti: Giardini e Arsenale in primo luogo, ma anche altri spazi di Venezia. Fare Mondi // Making Worlds è il titolo della rassegna di quest’anno.


(REUTERS/Alessandro Bianchi)


(Todd Heisler/The New York Times)

“Il titolo stesso della 53. Esposizione Fare Mondi // Making Worlds” dichiara il Direttore Daniel Birnbaum sul sito della Biennale, “esprime il mio desiderio di sottolineare il processo creativo. Un’opera d’arte è una visione del mondo e, se presa seriamente, può essere vista come un modo di ‘fare mondi’. Prendendo il ‘fare mondi’ come punto di partenza, esso ci permette anche di evidenziare la fondamentale importanza di alcuni artisti chiave per la creatività delle generazioni successive.”


(AP Photo/Alberto Pellaschiar)


(AP Photo/Alberto Pellaschiar)

“In mostra saranno presenti tutte le forme artistiche: installazioni, video e film, scultura, performance, pittura e disegno, e anche una parata” continua Birnbaum. “La mostra creerà nuovi spazi per l’arte, che si dispiegheranno oltre le aspettative delle istituzioni e del mercato. L’enfasi posta sul processo creativo e sulle cose nel loro farsi, non escluderà un’esplorazione della ricchezza visiva. La pittura nel suo senso più ampio e il ruolo dell’immaginario astratto saranno indagati da artisti di differenti generazioni, inclusi quelli che non si definiscono innanzitutto pittori. Fare Mondi // Making Worlds è una mostra guidata dall’aspirazione a esplorare i mondi intorno e davanti a noi. Riguarda possibili nuovi inizi: questo è ciò che vorrei condividere con i visitatori della Biennale”.


(AP Photo/Alberto Pellaschiar)


(ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

E ora, alcuni dati di affluenza: con 11.668 visitatori nella settimana che va dal 2 all’8 luglio, la 53. Esposizione della Biennale è stata la mostra più visitata in Italia.

Ci vediamo là.


(ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

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